“La paura è sempre lì che mi guarda come un gatto che ha fame, a volte le do da mangiare, a volte no. A volte scrivo. Cerco di stare qui e ora, perché non c’è altro posto”.

Scrivere a una stagione, l’Estate, come fosse l’amica più cara, parlare con lei per parlare a sé stessa e alimentare la speranza, riempire l’attesa, difendere lo stupore e costruire nuove abitudini.

 

Questo l’impegno quotidiano contro la malinconia che Mariachiara Tirinzoni ha svolto come compito personale nei mesi di lockdown, un esercizio di metodo e stile: per la vita ancor prima che per la letteratura, affinché la penna potesse essere guida del respiro, bussola su strade deserte o fatte solo di corridoi. Una raccolta di lettere per seminare germogli in una primavera rimasta chiusa nell’inverno, un diario che fa bruciare ferite comuni ancora aperte, ma che sa disinfettarle continuando a credere nei frutti maturi dell’estate. Pagine in prosa corrono veloci, con un passo così lieve e musicale da sembrare poesia, quasi a voler inseguire, nell’assenza di equinozio, un solstizio ancora da venire; ma aspettato, desiderato, protetto. E nel compimento di quella stagione, spartiacque fra un prima e un poi, mittente e destinatari si incontrano, sorpresi e grati di essere ancora, e di nuovo, vivi.

  • Circled_Medium

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